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Negli ultimi anni la pratica trasfusionale ha subito notevoli cambiamenti sia in termini di indicazioni terapeutiche sia per quello che riguarda la possibilità di applicare nuovi e sofisticati protocolli atti a ridurre i rischi legati alla trasfusione di sangue omologo. L’esposizione del paziente alla trasfusione allogenica, infatti, comporta come ben noto il rischio di reazioni acute immunoemolitiche, e soprattutto il rischio di trasmissione di agenti infettivi connessi alla trasfusione di sangue stessa quali ad esempio il virus dell’epatite C, il citomegalovirus e l’HIV. Sono stati riportati numerosi studi che correlano l’uso del sangue omologo con l’aumentata incidenza di infezioni batteriche, virali nonché una ridotta risposta immunitaria nei confronti di tumori ed agenti infettivi del ricevente, con conseguente aumento dei costi diretti (correlati al maggior consumo di emocomponenti) ed indiretti (correlati alle complicazioni e alle spese ad esso collegati).

L’aumentata sensibilità a tali problematiche da parte degli operatori sanitari e la maggior volontà ad implementare nuovi protocollo aventi come principio non solo l’efficienza dei processi, ma anche la maggior efficacia e di conseguenza anche l’economicità vista non solo da punto di vita puramente economico, ma come modo per razionalizzare le sempre scarse risorse degli emocomponenti ha consentito lo sviluppo di nuove metodiche quali l’impiego di sangue autologo mediante tecniche autotrasfusionali come

  • l’emodiluizione pre operatoria

  • il recupero intra e post operatorio

  • la predonazione di sangue autologo

Emoludizione pre-operatoria

L’emodiluizione per operatoria Consiste nella rimozione del sangue e nella contemporanea infusione di soluzioni acellulate per mantenere il volume intravascolare immediatamente prima dell’intervento.

Rappresenta una opzione trasfusionale applicabile a quei pazienti che possono tollerare un’elevata ed acuta riduzione della concentrazione di emoglobina in quanto l’efficacia di questa procedura aumenta quanto più è elevata la perdita ematica, quanto più è elevato l’ematocrito iniziale del paziente e quanto più è basso l’ematocrito finale sopportabile dal paziente stesso. Se la perdita ematica intraoperatoria, per esempio è < del 50% del volume ematico totale, l’emodiluizione normovolemica intraoperatoria non riduce il fabbisogno di sangue omologo.

Recupero intra e post operatorio

Il recupero intraoperatorio (R.I.) di sangue è una metodica ad alto costo ed elevata specializzazione del personale addetto. Durante tale procedura vengono utilizzate apparecchiature ad elevata tecnologia, quali le macchine del recupero sangue, che montano materiale sterile e monouso. I macchinari di ultima generazione sono di facile impiego e completamente automatizzati, inoltre, il programma fornito dal software consente una costante informazione sulla fase di lavorazione e vari livelli di controllo ed allarmi in corso di procedura.

Il sangue aspirato direttamente dal campo operatorio viene raccolto in un reservoir sterile e solo se la quantità sarà tale da giustificarne l’uso trasfusionale, si passerà alle successive fasi di centrifugazione e lavaggio. Dopo separazione per centrifugazione gli eritrociti verranno quindi mescolati ad una quantità stabilita di soluzione salina allo 0,9% che potrà variare a seconda della contingenza ed eventualmente concentrati per poi essere trasfusi direttamente in sala operatoria oppure al termine dell’intervento. Il sangue raccolto intraoperatoriamente, infatti, può essere conservato fino a 6 ore a temperatura ambiente. Le caratteristiche del concentrato eritrocitario ottenuto dal R.I. sono quelle di un sangue depauperato dei fattori della coagulazione e di piastrine, con ridotto ematocrito, almeno prima di procedere alla sua concentrazione.

Comunque, la sopravvivenza degli eritrociti trasfusi è sovrapponibile a quella delle emazie autologhe, poiché i livelli di 2,3-DPG eritrocitario non appaiono alterati. Inoltre, la sospensione di globuli rossi ottenuta verrà purificata dagli eventuali detriti del campo operatorio quali frustoli ossei, globuli di grasso, fibrina ed emazie rotte dapprima mediante il filtro micropore del reservoir e successivamente attraverso la procedura di lavaggio in modo tale da ottenere un concentrato eritrocitario puro. Questa metodica è inoltre accettata da molti culti religiosi come i testimoni di Geova che, come noto, rifiutano categoricamente la trasfusione di sangue omologo con evidenti implicazioni deontologiche e legali.

Il R.I. consente di recuperare dal campo operatorio circa il 50% del sangue perso durante l’intervento chirurgico, riducendo in tal modo il fabbisogno trasfusionale, ma non eliminando completamente l’uso del sangue omologo; per tale motivo frequentemente il R.I. viene associato alle altre tecniche autotrasfusionali.


Predonazione del Sangue

L’autotrasfusione mediante predeposito è una metodica ormai standardizzata in pazienti pediatrici ed adulti che devono essere sottoposti ad intervento chirurgico elettivo con richiesta trasfusionale.

Se per quanto riguarda i pazienti giovani le problematiche sono minori, l’implementazione di una strategia trasfusionale autologa in pazienti anziani va valutata considerando due fattori limitanti quali la coesistenza di patologie cardiovascolari e l’anemia.

Va infatti ricordato che uno dei più comuni interventi di chirurgia elettiva, l’artroprotesi dell’anca, pur essendo stato esteso negli ultimi anni a fasce di età sempre più giovani,, è tuttora una chirurgia che in più dell’80% dei casi viene effettuata in soggetti di età superiore a 60 anni.

Nel corso della valutazione di un eventuale candidato ad un protocollo di autodonazione, anemia ed età sono strettamente correlate in quanto con l’invecchiamento si ha una progressiva riduzione della cellularità midollare. Tale fenomeno, anche se non è in grado di provocare anemia in condizioni fisiologiche,, potrebbe tuttavia causare una minore capacità di recupero midollare in condizioni di aumentata richiesta, quale si verifica durante un programma di predeposito.

Tale evento, causato da un’errata selezione iniziale, potrebbe portare all’interruzione di un eventuale programma di predeposito, con conseguente incapacità di depositare una quantità sufficiente di sangue che potrebbe tradursi in una maggiore esposizione al sangue allo genico con le conseguenze a tutti note.

Per questo motivo uno dei punti critici per l’implementazione di una strategia trasfusionale è dato proprio dalla valutazione dei pazienti candidati ad eventuale programma di predeposito, essi infatti oltre al previsto consenso informato alla procedura, debbono sottoporsi a vista medica di idoneità, che associata alla valutazione di parametri quali l’ematocrito non inferiore al 33% con Hb maggiore di 11 gr/dl, deve escludere pregresse infezioni batteriche in atto, cardiopatia ischemica (angina instabile, infarto miocardio non antecedente a 6 mesi), cardiopatia valvolare (grave stenosi aortica), cardiopatia aritmica, eventuale anamnesi positiva per episodi di convulsioni non dominabili e diabete mal compensato.

In alcuni Centri Trasfusionali italiani ad es a Verona hanno messo a punto una metodica che prevede la possibilità di effettuare autodonazione su soggetti affetti da cardiopatie minori a seguito di accertamenti specialistici preliminari ed effettuando la stessa autotrasfusione in unità di terapia intensiva.

Nel caso di pazienti specialmente anziani credo che sia importante associare una terapia supplementare con ferro per via orale (210 mg/die di ferro elementare) a partire dall’inizio della procedura di predeposito. E prima di effettuare ila procedura di deposito, saà necessario valutare oltre all’emocromo, la sideremia, la transferrina e la ferritina. Nel caso di pazienti con valori di Hb tra 11 e 12, 5 è inoltre opportuno somministrare eritropoietina ricombinante umana.

- Eritropoietina 300UI / kg / settimana in due somministrazioni sottocute

- Ferro bivalente per os/Ev 200 mg / die fin dai primi accertamenti (sospendere i giorni dei salassi)

Per quanto riguarda la quantità di sangue prelevato per ogni saccaessa è di 350 ml nei soggetti di peso superiore ai 50 Kg, mentre di 6 ml/kg se il peso è inferiore a 50 KG.

Come previsto dalla normativa in atto dal marzo del 2005, tutte le unità di sangue raccolte in sacche contenenti CPD-A1 e conservate a + 4°C, oltre alla consueta determinazione del gruppo AB0 e del fattore Rh debbono essere controllate per quanto riguarda lo screening virologico sia per l’HIV che per l’epatite.

Nuovi studi sono oggi indirizzati a valutare il reale costo beneficio di effettuare il predeposito mediante procedura aferetica addirittura raccogliendo doppia unità di G:R. Tale metodica permetterebbe non solo di raccogliere emocompoinenti qualitativamente migliori, ma anche di poter ridurre gli accessi del paziente ad uno solo. A tali procedure potrebbe associarsi anche il congelamento degli emocomponenti raccolti in maniera da aumentare il periodo di predeposito da ¾ settimane a qualche mese. Tali metodologie, seppur costose valutando caso per caso potrebbero certamente aiutare nella maggior razionalizzazione della raccolta e quindi migliorare l’uso clinico degli emocomponenti.

Per quanto riguarda l’insorgenza di eventuali complicanze a seguito di procedure autotrasfusionali, iI dati riportati in letteratura sono controversi, la chirurgia elettiva comunque permette una bassa incidenza di complicanze  (0,6%) in soggetti anziani sottoposti a programma di predeposito, infatti nonostante il fatto che quasi 1/10 dei pazienti è affetto da una patologia cardiaca, solo una piccola parte ha come conseguenza complicanze cardiache e quasi nessuna necessità di un ulteriore ricovero ospedaliero. Per quanto riguarda le razioni vasovagali esse sono molto rare e mai severe.

In conclusione una corretta gestione del paziente ed il ricorso alle varie tecniche di raccolta del sangue autologo può ridurre o eliminare l’esposizione dello stesso al sangue omologo.

Sebbene attualmente i rischi legati alla trasfusione omologa siano ridotti, il sangue e gli emocomponenti autologhi rimangono l’opzione più sicura. Inoltre la diffusione delle procedure autotrasfusionali è un importante contributo al raggiungimento dell’autosufficienza Nazionale per le unità di sangue omologo,

Le procedure autotrasfusionali dovrebbero essere applicate negli interventi chirurgici in cui il ricorso alla trasfusione sia probabile , e dovrebbero essere evitate nei casi in cui il ricorso al supporto trasfusionale sia improbabile.

Va ricordato comunque che l’efficacia delle linee guida autotrasfusionali dipende dalla cooperazione tra i pazienti, e i vari professionisti coinvolti. Essenzialmente la collaborazione tra i professionisti coinvolti permetterà di individuare e personalizzare la migliore strategia trasfusionale per il singolo malato